Mindfulness Project I sentieri della consapevolezza
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Atti del Convegno - Alcune comunicazioni degli oratori ospiti del convegno
"Lo sviluppo delle potenzialità della mente nell'incontro tra Oriente e Occidente" del 6-8 dicembre 2003 tenuto all'Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia e organizzato da Mindfulness Project.

“La vacuità nella pratica”
Comunicazione del Prof. Jacob Raz
Introduzione di Jacob Raz da parte di Manuel Katz:

Jacob Raz è il capo del Dipartimento Est-Asia all'Università di Tel Aviv.
E' autore di numerosi libri ed è stato per una decina d'anni in Giappone, a fare un tirocinio Zen. Negli ultimi anni, in Israele, è una delle figure di punta che porta gli insegnamenti del Dharma agli psicologi. Assieme ad un altro collega e amico ha fondato lo ‘Psico-Dharma Institute'. Il suo discorso a questo convegno riguarda la vacuità nella vita quotidiana e in psicoterapia. Credo che la sua esperienza proprio nel portare avanti il dialogo con dei professionisti di salute mentale e di tradurre il Dharma nella terminologia che sia digeribile per tali professionisti di igiene mentale è una competenza che è estremamente preziosa e sono molto contento che abbia accettato il nostro invito.

Jacob Raz: Buongiorno, questo è all'incirca tutto ciò che so in italiano. Non so ciò che Manuel abbia detto per presentarmi, ma vorrei precisare che io non ho un background (di formazione) nella psicologia. Ma ho una esperienza di intensiva interazione con vari psicologi, psicoterapeuti, con persone che lavorano in molti diversi settori, quali operatori sociali, infermieri. I corsi di Psico-Dharma dove partecipano tali professionisti possono durare un anno oppure due anni. Non ho, dunque, un effettivo retroterra psicologico, ma una intensissima interazione con operatori di questo ambito.
Vorrei iniziare col narrare qualche evento che riguarda la mia biografia personale. Ieri mi era stato chiesto dal Professor Kulka come avessi iniziato, come avessi intrapreso la via della meditazione. Gli ho risposto che non ricordo, davvero non lo so, ma ricordo un punto cruciale che risale a quando ero uno studente all'Università di Tel Aviv nel 1968. Giravano delle voci che annunciavano la venuta di un maestro zen giapponese che sarebbe venuto per un periodo a vivere in Israele. Trovai un indirizzo e volli andare a vedere cosa ci fosse. Incontrai quattro persone e quello era tutto il buddismo allora presente in Israele. Sulla porta di quell'indirizzo stava scritto il nome della Signora Piattelli. Il nome mi suonò familiare. Entrai e trovai una signora anziana di nobile aspetto e un monaco giapponese, calvo, vestito nello stile zen classico. Ci fu una sessione di meditazione e la signora fece la traduzione dalla lingua giapponese in ebraico, con uno spiccato accento teutonico-italiano. Mi ricordai della circostanza nella quale avevo sentito parlare di lei. Molti anni prima, quando ancora ero piccolo, ci fu un omicidio all'esterno di una sala cinematografica. Allora gli assassini erano davvero tali, non come quelli del giorno d'oggi. Un tizio aveva rapinato il cassiere e, durante la fuga, spaventato, sparò ad un signore, che era il Signor Piattelli. Egli era un ebreo italiano e sua moglie era proprio quella signora che avevo incontrato con quel maestro giapponese. Mi ricordai che, dopo quel caso, la signora Piattelli si era recata in carcere e aveva adottato l'omicida del marito. Mossa dalla sua compassione, gli insegnò la musica e lo rese direttore dell'orchestra del carcere. Più avanti nel tempo, ella divenne buddista. Tale donna, nata ad Amburgo, aveva incontrato il signor Piattelli quando era venuta in Italia, dove si era convertita al giudaismo. Studiò anche il buddismo e divenne buddhista. Si trasferirono in Israele, poi andarono in Giappone e successivamente tornarono in Israele, dove ella salvò quel killer. Non mi pare che da allora io abbia sentito parlare di atti simili di compassione, adottare proprio l'assassino del marito come un figlio. Successivamente io divenni discepolo di tale maestro giapponese e anche discepolo della Signora Piattelli. Un giorno le chiesi: “Come ha fatto?” Ella ripose: “Ho svuotato la parola assassino e ho visto l'uomo, quell'uomo spaventato, tormentato, logorato, quell'uomo sofferente e, allora, lo ho adottato come un figlio”. Quella fu una pratica straordinaria di compassione. Così, io decisi di studiare con loro, il maestro giapponese e quella donna. Ne sto parlando ora, ma lei non è più viva.

Ora vorrei descrivere un poco il significato del termine sanscrito sunyata. Viene tradotto con il termine vacuità. La vacuità non è il nulla. E' un'assenza di esistenza intrinseca. Tale assenza di esistenza inerente (delle cose, nega che esistano) così come vengono recepite dalla nostra mente illusa: come auto-sufficienti, consistenti, concrete, coerenti, fisse, durature. Di tutto ciò vi è assenza. Più avanti dirò anche che cosa è e non solo cosa non è. Quando parliamo di vacuità, vedremo, non si tratta di vuoto, di nulla, ma c'è qualcosa di molto pieno, qui presente, qui e ora.

Sunyata, in sascrito, nel mahayana, appare in due triangoli, ognuno è accompagnato ad altri due termini. In uno c'è: 1. sunyata, 2. pratitya samudpada e 3. anicca, cioè, rispettivamente:
  1. vacuità,
  2. interdipendenza o interconnessione, a volte tradotto anche come sorgere dipendente, cosa emerge con … con l'ambiente e significa che ogni evento o fenomeno del mondo è interconnesso a tutti gli altri fenomeni. Questo indi ca che il buddhismo, nella sua essenza o nucleo centrale è un modo molto ecologico di pensare e di vivere.
  3. Anicca significa impermanenza, il fluire, il cambiare.
Quando ci pensate, vi accorgete che tutti questi tre termini sono interconnessi.Quando osservate profondamente, vi rendete conto che se voi stessi siete interconnessi e ogni cosa che fate è interconnessa con gli altri e il resto, allora, proprio per questo, siete vuoti di esistenza intrinseca. Perché ogni momento e ogni secondo della vostra vita, ogni respiro, ogni pensiero che avete, ogni frammento della vostra vita non è nato dall'interno di voi, ma è stato ispirato e nutrito dall'ambiente. Ciò riguarda sia il vivere fisico che quello mentale. Quando vedete che ogni cosa muta e che tutto è interconnesso, allora vedete che ogni cosa è vuota di esistenza inerente. Una delle metafore più belle presentate nell'insegnamento del Buddha circa tale interconnessione si trova in un sutra mahayana chiamato Avatamsaka Sutra che parla della rete di Indra. Si dice che Indra, un dio del pantheon indiano, creò il mondo come una infinita rete tridimensionale. In ciascuno degli allacciamenti di tale rete si trova una perla che riflette ogni altra perla dalla quale a sua volta viene riflessa. Non solo, riflette anche i riflessi. Questa è una bellissima metafora che ci dice che ciascuna perla esiste riflettendo ed essendo riflettuta da tutte le altre.

Il secondo triangolo in cui la vacuità appare nel pensiero mahayana è il seguente: sunyata, prajna e karuna, cioè:.
  1. sunyata, che è la vacuità,
  2. prajna è la saggezza. Vuol dire il vedere chiaramente, l'osservare chiaramente il mondo così come è senza i nostri riflessi, senza i nostri pensieri, senza le nostre paure, senza le nostre passioni, vederlo nelle sue interconnessioni. Un altro termine in sascrito è tahtata, suchness, talità, quiddità, così come è, non come lo vedo, ma così come esiste.
  3. Karuna è la compassione.
Anche in questo gruppo di tre, tali termini sono inter-relazionati. Vedendo l'interconnessione del mondo, vedo anche la mia interconnessione con voi, e vedo che in questa sessione non c'è una sola azione a senso unico, ma c'è inter-azione, benché voi stiate ascoltando mentre io parlo.
Vediamo questo convegno come un organismo dove ciascuno rappresenta una parte. Essendo parte del medesimo organismo, sentiamo automaticamente una sorta di compassione, perché non c'è possibilità che vi sia esclusione di alcuna delle sue parti.
Portiamo un esempio ancora più specifico: i miei occhi vedono una mela. Questo non basta per dar da mangiare al corpo. La mia mano la prende. Ancora non basta per nutrirlo. Se la mano pensasse che ciò è sufficiente e la trattenesse, il corpo potrebbe morire di fame. Allora la porta alla bocca. Ma la bocca dice, “deliziosa” e vuole tenersela lì, senza inghiottirla. Masticare la mela non nutre neanche la bocca stessa. Il masticare la mela non nutre la bocca sebbene essa la gusti e la senta deliziosa. Poi la mela scende nello stomaco, e già non è più mela. Lo stomaco svolge tutto il suo lavoro di elaborazione … e potrebbe pensare “Ok, la lascio qui, mi tengo questa cosa”.Il corpo ne morirebbe..Capirete che finché l'intero corpo non verrà nutrito, la bocca non trarrà nutrimento. Questo significa che la bocca deve dimenticarsi. Deve essere vuota dell'immagine del suo essere separata. Questa è l'interconnessione fra la vacuità, la saggezza e la compassione. Il significato etico nel buddismo deriva dalla sua saggezza e dalla sua enfasi sulla vacuità e non da dei comandamenti dati da Dio o da Buddha, ma dalla ovazione del mondo nella sua interconnessione. In termini moderni, possiamo dire che la vacuità è un senso di ‘non essere senza interconnessione' con gli altri, con gli esseri umani o col mondo, con la natura, con tutto, cioè, non c'è un sé, non sono un essere a meno che io sia inter-attivo. Se sono troppo pieno di me stesso, se sento troppo intensamente di essere separato, (se fosse così) non sarei vivo. Perché tale interazione è con l'aria, coi suoni, col cibo, con tutti coloro che coltivano gli alimenti, con chi li porta nei negozi, con chi tiene i negozi aperti, ecc. In altre parole, la vacuità è la possibilità di apertura alla interconnessione.

Mentre si osserva, mentre si è nella saggezza, si è liberi dai tre klesha. In sanscrito questa parola vuol dire: radici amare e velenose. Queste sono l'illusione, l'avversione e l'avidità (o passione e attaccamento).
L'illusione è un tipo di ignoranza. Delusion, in inglese, è un ottimo termine appropriato, perché implica l'ignorare, il non vedere qualcosa. Non si riferisce ad una mancanza di informazioni, ma a un non vedere chiaramente, ad un equivoco, un fraintendimento.
L'avversione si riferisce a tutte quelle cose con cui non voglio stare, che rifiuto, che odio, di cui ho paura e con cui sono arrabbiato, che respingo. Dall'altro lato, dal punto di vista della diagnosi buddista è esattamente la stessa cosa, sorge la passione, l'avidità, l'attaccamento, ecc. La mia avidità per questo deriva dalla mancanza di chiarezza, dalla illusione di base derivano le altre due afflizioni. In assenza della chiarezza che vede il mondo tale e quale come è, ci ritroviamo a distinguere e separare e mettere da una parte questo che voglio e dall'altra quello che non voglio, ciò che amo e ciò che odio, ciò che mi piace e ciò che non mi piace, questo è bello e questo è brutto. Tutti i dialoghi umani, quelli comuni così come anche quelli fra paziente e terapeuta, sono la stessa cosa. E' possibile che, da questa parte, senza parlare dell'altra parte, essere svuotati dai nostri pensieri solidi, teorie, modelli, riflessi, reazioni e così via, possiamo essere liberi dai klesha? Possiamo de-strutturarci? Nella psicologia a volte si parla di ristrutturare, io direi qui destrutturare.
Quando arriva un paziente con una storia, io suggerisco un'altra storia, un'altra prospettiva, di guardare le cose da un altro punto di vista, cosa che può essere molto utile. Ma qui intendo qualcosa di molto più radicale, in nome dello zen, in particolar modo. Cerchiamo di destrutturare e vedere nello spazio aperto cosa c'è ora. Si tratta di togliersi da tutti gli inquadramenti, le strutture. Significa sentire nel momento presente con presenza, essere presenti al presente. Nel lavoro prolungato ed esperienze che ho avuto con dei terapeuti, ho rilevato che ciò è davvero molto utile per loro, e non sto riferendomi alle tecniche, ora, le tecniche sarebbero una altro punto ancora. All'opposto dei tre klesha, cioè della illusione, dell'avversione e dell'attaccamento, ci sono, rispettivamente, la chiarezza, la compassione e il non attaccamento.
Vorrei concludere con un semplice esempio. Durante i nostri dialoghi, noi parliamo e reagiamo, e questo è okay. Per esempio, se mi venisse chiesto da Manuel come fare per uscire da questa stanza, io risponderei che deve andare verso il fondo e poi girare a destra. Ma questo varrebbe solo per Manuel o chi si trova in questa zona, non per voi che siete seduti in fondo (rivolti verso il palco), perché voi dovreste (venire avanti e) girare a sinistra, invece. Dunque, il termine ‘destra' è funzionale, ma non reale, non è vero, è utile, ma è vuoto. Così come Nagarjuna, e tutta la tradizione zen affermano, ciò vale per tutti i termini che usiamo nella nostra vita: sono utili, ma vuoti. Mostratemi la destra! Non vi è destra, non vi è sinistra, ma è utile indicarle, utilizzare queste parole. Quando siamo attaccati alla illusione della solidità della destra e della sinistra, osservate cosa succede in politica, si inizia ad ammazzarsi gli uni con gli altri. Almeno questo è ciò che accade in Israele, diventa una cosa mortale. Avrei molte altre cose da dire, ma concluderò leggendo una lettera. Lavoro facendo counselling, non si tratta di terapia, ma di una sorta di counselling buddhista. Una delle donne con cui lavoro, che è ultra-trentenne, durante il nostro lavoro ha affermato di avere un rapporto molto difficile con sua madre, cosa che, in effetti, non è rara. Siamo nel mezzo di un processo, e vorrei solo indicare un punto di un lungo processo, non vorrei darvi l'impressione che sia un trucco, un raggiro. Non sto parlando della tecnica, l'idea che le avevo proposto era stata quella di svuotare sua madre dalla sua maternità, dallo stato di madre e lei da quello di figlia. Fino ad allora la comunicazione fra loro era stata dal punto di vista del loro sentirsi (identificarsi come) madre e figlia, e con ogni sorta di recriminazione, biasimo, tormento e sofferenza … era stata vissuta solamente sotto quella luce. Dopo un po' di esercizio sulla vacuità, lei mi ha scritto questa lettera, molto autentica.

Caro Jacob,
Come si inizia a condividere la pratica della vacuità?
Dopo la nostra conversazione, nella mia mente è turbinata l'idea della vacuità. La sensazione è stata sconcertante, ma allo stesso tempo attraente. Ho cominciato a fare la pratica in un luogo sicuro, sul mio cuscino di meditazione. Ero solamente respiro. Non figlia, vittima od oppressore. Non salvatrice, profeta o aggressore. Dopo che ‘figlia' era diventata vuota, anche ‘madre' era diventata vuota. Mole barriere sono diventate ponti. Improvvisamente non era impossibile vedere mia madre dentro di me e me stessa in lei. C'era grande sollievo nell'esercizio stesso. C'era anche grande tristezza. Lasciare andare le speranze, i sogni e i desideri è più doloroso che illuminarsi. Mi sono ritrovata a sedermi tutti i giorni, ad assaporare tutti i gusti di questo nuovo senso dell'essere, afferrandomi al santuario della meditazione.
Qualcosa della pratica si è riversata nella mia routine quotidiana. Il mio scrivere è rimasto chiaro, ma il processo dello scrivere è diventato meno auto-critico, le mie conversazioni telefoniche con mia madre sono diventate, in qualche modo, più pacifiche.
Lavoro, gioco con i miei figli e mi occupo di loro, scrivo e vi è una straordinaria pace che cammina sempre con me. Anche quando qualcosa è irritante, lo vedo arrivare e andarsene. Le cose mi scorrono via come dell'acqua scivola via dal dorso di un'anatra. E' come se io avessi perso completamente le mie preoccupazioni.
(Passa alla fine della lettera) Mi sento come se mi fossi inciampata in una scappatoia, e la caduta mi togliesse di dosso varie ‘persone' che avevo accumulato durante gli anni. Inoltre, non vi sono nuove ‘persone' che sostituiscono quelle vecchie. Vi è solamente un senso dell'essere, presenza e una grande fatica. Piuttosto sorprendentemente, non sto cercando nuove ‘persone'.
Concludo così la lettera.

Vorrei concludere con una breve storia zen per condividere un po' di umorismo.
Un maestro zen stava per morire. I suoi discepoli più vicini si erano riuniti nei suoi pressi per ricevere le ultime parole di saggezza. Gli avevano chiesto: “Per favore, maestro, dicci il significato della vita” … o cose del genere. Lui non avrebbe voluto rispondere perché avrebbe desiderato morire tranquillo. Ma, cedendo alle loro richieste, aveva detto: “Va bene, la vita è come acqua che scorre”. Il discepolo più anziano (più vicino) aveva trasmesso questo messaggio al vicino, che lo aveva trasmesso al successivo … fino all'ultimo, (seduto più distante) il più giovane. Il discepolo più giovane, recepito questo messaggio, aveva detto: “Non ho capito cosa significa, per favore, chiedi cosa vuol dire”. Quindi, di nuovo, era partita la trasmissione del messaggio di richiesta, attraverso gli altri discepoli, e raggiunto il maestro, egli aveva risposto, “Ok, la vita non è come l'acqua che scorre” … e morì.
Fine.

“Cambiare la mente: tenere aperto il campo delle possibilità all'interno del ‘Core Process Psychotherapy',
la psicoterapia del processo essenziale”
Comunicazione della D.ssa Anne Overzee

Introduzione
Voglio iniziare dicendovi che mi dispiace di non essere in grado di parlare in italiano, ma ho fiducia nella nostra buona relazione, (fra me e la traduttrice), e so che qualcosa potrà essere comunicato, per cui ringrazio per la condivisione del mio lavoro, oggi. Vi porto i saluti molto caldi dal Karuna Institute, in Inghilterra, e soprattutto da Maura e Franklyn Sills, che ne sono i fondatori e i co-direttori. Dal nostro piccolo istituto vorremmo abbondante buona fortuna e una nascita facile, se vi è una cosa del genere, per il nuovo Training di Counselling Buddhista che credo inizierà qui.
Vorrei anche prendere atto della preziosità di questo momento: siamo tutti qui presenti con le nostre esperienze di vita di grande valore, con le nostre esperienze cliniche, con le nostre esperienze di Dharma e con l'esperienza di vivere insieme.
Il modo in cui lavoriamo in questi tre giorni può essere a diversi livelli. Esploriamo insieme l'interfaccia fra la psicoanalisi, psicoterapia, counselling e la pratica del Dharma. E condividiamo insieme queste esperienze, stando insieme anche in questo convegno, in questa stanza: è dunque qualcosa di emozionante.
Dirò qualcosa circa le mie circostanze personali. Sono una allieva anziana di Maura e Franklyn Sills, e sono anche membro dello staff, del personale del K.I., ed essendo in attività da molto tempo, sono e mi sento anche anziana in termini di età, sto invecchiando. Ma, anche grazie a questo, sono in connessione col Karuna Institute da molto tempo. Sono dunque giunta qui per condividere qualcosa della mia esperienza. Sono coordinatrice del corso di tirocinio in quattro anni di psicoterapia del Core Process.
Karuna I. è membro costituente dell'United Kingdom Council for Psychotherapy. Per gli operatori clinici fra di noi, dico anche che il suddetto comitato è composto da diverse sezioni e K.I. fa parte della sezione umanistica e integrativa. Insieme ad un altro paio di organizzazioni, abbiamo creato una identità, ci chiamiamo terapeuti psico-spirituali. La nostra specificità è che siamo organizzazioni buddhiste che si occupano di tirocinio in psicoterapia e siamo congiunti nelle pratiche buddhiste di consapevolezza e nella interpretazione buddhista del sé. Abbiamo anche adottato certi modelli e principi di psicoterapie occidentali nel creare il nostro approccio. Ignoro l'ordinamento della psicoanalisi e la psicoterapia in Italia, ma mi pare molto bello che attualmente un training buddhista in psicoterapia stia influenzando lo sviluppo della psicoterapia in Gran Bretagna.
Il mio lavoro di combinare la psicoterapia con la pratica del Dharma è, tra l'altro, molto vicino al mio sentiero personale, mi sta a cuore, in effetti è il mio sentiero. Mi considero una praticante apprendista nel lignaggio karma-khaghiu del buddhismo tibetano. Tale integrazione della psicoterapia con il Dharma è stata ed è certamente una necessità personale.

Punti principali
Ora è mia intenzione esprimere alcuni degli assunti di base soggiacenti alla psicoterapia del Core Process. Vorrei riflettere un poco sulle implicazioni del fare tirocinio per degli psicoterapeuti. Forse per alcuni operatori clinici qui presenti potrei usare un linguaggio un po' bizzarro, e forse anche per dei praticanti di Dharma potrei sembrare stravagante nel mio modo di esprimermi. Abbiamo cercato di tradurre termini e integrarli per molto tempo. Ma spero che vi saranno sufficienti punti di contatto.

A. Al cuore della nostra esperienza vi è una interezza e salute che dimora naturalmente.
    I. Le varie tradizioni buddhiste hanno offerto diverse descrizioni di questo, ma tutte condividono l'idea del proprio potenziale essenziale, i termini di purezza fondamentale della mente. Nelle tradizioni Vajrayana spesso ci si riferisce a questo come la natura di limpida luminosità della mente. Un insegnante tibetano contemporaneo, Trungpa, aveva coniato la frase “sanità splendente”, salute intrinseca.

    II. Questo ha delle enormi implicazioni nel nostro lavoro clinico. Questo perché ci è necessario imparare a permettere il movimento verso il dischiudersi di questa salute inerente. Questo rappresenta una sfida per me in quanto psicoterapeuta, sfida la mia necessità di comprendere ciò che avviene e anche la mia necessità di controllare sottilmente ciò che accade. E' una sfida per il mio desiderio di rendere migliori le situazioni. E sfida anche i limiti della prospettiva che ho nelle situazioni e delle persone. Magari vedo dei sintomi, noto certe cose che accadono, che potremmo chiamare ‘forme'. Dovremmo imparare non a ‘cambiare' la mente, ma ad aprirci alla potenzialità di una ‘mente più ampia', nel momento, a un cuore più allargato. Per la comprensione orientale mente e cuore hanno significati molto simili. Il lavoro clinico implica l'imparare ad equilibrare le ‘forme' con la ‘vacuità', ad equilibrare l'attenzione per le forme e la vacuità. Certamente potremmo dire molte cose circa la vacuità. In termini pratici, possiamo parlare di equilibrio fra l'attenzione focalizzata e un processo percettivo più espanso.

    III. Nel contesto dell'addestramento di psicoterapeuti, una delle intenzioni principali che sorreggono tutti i diversi training, è quella di far si che gli individui e il gruppo imparino ad orientarsi verso la salute e che si volgano attivamente verso essa quale risorsa in qualunque momento sia necessaria durante il loro lavoro. Vorrei tracciare un parallelo, qui, fra l'imparare ad aprirsi ad una mente più ampia e l'imparare a trovare risorse durante il lavoro con gli shock e i traumi. Lavorando con un trauma si impara a rallentare il processo, a stabilire una coscienza sufficientemente presente al momento presente, usata come ancora, una coscienza-testimone, a titolare le sensazioni caotiche e i sintomi psicologici con dei momenti ‘intermedi' in cui si prende un respiro, si rilassa un qualsiasi trattenere nel fisico e si impara a connettersi più pienamente ad un senso di avere delle risorse.
    Similmente, l'apprendimento a cui mi riferisco – sia per operatori che per tirocinanti – implica un lasciare andare in ciascuna frazione di secondo lo sforzo per il cambiamento e lo sforzo di fare qualcosa. Si torna al respiro, ci si riposa nel momento, nella particolarità del momento, ci si apre allo spazio di ciò che sta avvenendo all'interno. Nel buddhismo, lo spazio è una metafora che illustra l'apertura della mente. Abbiamo sempre la prospettiva quando riusciamo a rimanere in contatto con lo spazio, la spaziosità.

    Se la sofferenza emerge dalle esperienze condizionate, dai livelli condizionati del nostro essere, è necessario che diamo l'opportunità allo spazio di esserci, così che ci sia una possibilità per esso di sorgere fra di noi e che non sia nato dal condizionamento.

    Un altro punto che vorrei far notare qui, essendo rilevante proprio in questo momento, è che parte dell'apprendimento ad orientarsi al proprio benessere intrinseco, implica anche l'imparare a portare gentilezza a noi stessi. In quanto psicoterapeuti, molti di noi sono esperti a portare gentilezza agli altri, ma non altrettanto, almeno questo è ciò che ho rilevato in Inghilterra, a portare gentilezza a se stessi. E' indispensabile imparare questo in grande profondità. Questo per aprire la nostra mente e per permettere che un qualcosa possa nascere dentro di noi.

    I punti principali che ho qui tracciato riguardano il fatto che se abbiamo una fiducia di base nella salute intrinseca, ciò ha delle implicazioni radicali per la formazione degli psicoterapeuti. Potrei trascorrere tutto il tempo a mia disposizione solo parlando di questo.
B. Un altro assunto di base nel nostro lavoro di Core Process Psychotherapy (CPP), è che il lavoro terapeutico richiede la sintonia nel campo relazionale all'interno del quale le esperienze del cliente e del terapeuta co-emergono e sono interconnesse.
    I. Ciò ha a che vedere con la comprensione buddhista del sé quale fenomeno dipendente, contingente ai fattori fisici e mentali.
    Il venire a conoscenza del ‘come stanno le cose' – la verità circa la mia esperienza della tua mente – implica il percepire qualche cosa di tale interconnessione.

    II. Tale visione fa da base alla nostra comprensione della pratica della psicoterapia: due persone (il ‘cliente' e il ‘terapista') creano insieme un campo relazionale costituito dalle loro esperienze rispettive e interconnesse, all'interno del quale certi punti di contatto emergeranno con maggiore intensità nella consapevolezza, richiedendo attenzione. La capacità del psicoterapeuta di tracciare la sua esperienza emergente, momento per momento, per ‘stare con' questo processo, nel senso di essere vulnerabile all'esserne influenzato/a, è determinante: buona parte della guarigione ha a che vedere con il sentirsi visti, uditi e accolti nella relazione.

    III. Nel nostro tirocinio enfatizziamo la potenza e il potenziale delle nostre esperienze più remote. Viene generalmente riconosciuto che molte delle nostre sofferenze dell'età adulta hanno a che fare con le esperienze precedenti nelle relazioni. Al Karuna I. impariamo con l'esperienza come il nostro specifico primario modellarci sia stato stabilito e come dimori nel fondamento del nostro attuale senso del sé. William Emerson, all'avanguardia negli Stati Uniti nel campo della psicologia prenatale e della nascita, dice: “stiamo ancora vivendo nel grembo materno, ma non lo sappiamo”. Compiendo tale lavoro (di CPP) ci rendiamo conto quanto sia vero. Percepisco il mondo come essere fondamentalmente caldo e nutriente, oppure con insidioso e tossico – in dipendenza dal senso dominante di ciò che avevo vissuto nel grembo. Probabilmente quel dominante non digerito.
    Al Karuna impariamo quanto i nostri responsi primari nelle relazioni, ancora sostengono, ma anche limitano, il nostro attuale senso di sé nelle relazioni. Dunque, durante il lavoro psicoterapeutico individuale e nei gruppi, si incontra la possibilità di sollecitare questo. Se impariamo l'arte dell'ascolto a molteplici livelli, presenza e sensibilità, vi è la possibilità di entrare in contatto e recepire le nostre ferite più profonde. Mi riferisco alle ferite sulla natura dell'Essere, le ferite del bimbo prima di nascere, prenatali, che riguardano il ricevere del nutrimento crescente, costante per l'Essere, così come il nutrimento fisico. William Emerson usa, in realtà, queste parole “benessere, lo stare bene” di cui il bimbo, il feto, necessita. Ovviamente sono tanti i fattori che possono nutrirci nell'utero materno. Egli ha indicato la radice dei disordini della personalità e delle nevrosi nello stress delle esperienze trans-marginali del bambino, quando esso viene sopraffatto spesso per mancanza di contatto o presenza nella relazione.
    E' dunque spesso la mancanza di contatto con l' ‘Essere', della presenza di contatto nel campo della nostra relazione più antica che si rivela un fattore significativo per le nostre attuali difficoltà e malattie. Ovviamente, dobbiamo imparare a lavorare con il campo delle relazioni per poter fare un lavoro di psicoterapeuta.

    IV. Nel fare tirocinio agli psicoterapeuti, è nel campo relazionale del gruppo del training che vengono co-create le necessarie strategie per sostenere e gestire il nostro dolore e le forme particolari delle nostre necessità soggiacenti. Sto cercando di inquadrare il contesto del gruppo di tirocinio di psicoterapeuti: l'intero training psicoterapeutico diventa così una opportunità per esplorare i modo in cui ci co-creiamo le sofferenze. Dal punto di vista buddhista, potremmo dire che è in tali relazione con questo gruppo che abbiamo l'opportunità di esplorare le condizioni dipendenti, il senso di sé che proiettiamo su ciò e possiamo percepire il fluido o natura vuota delle nostre proiezioni. Avrei molto da aggiungere a questo proposito.
    Durante il training, impariamo a recepire l'assenza di una sufficiente salute o risorse per lavorare nel gruppo.

    E iniziamo, così, ad articolare certe modalità di lavoro all'interno del gruppo che fondamentalmente ci aiutino a creare le “condizioni per il benessere” di ora, al momento presente. Ciò implica il coltivare certe qualità molto ordinarie per includerle coscientemente nel campo di lavoro, quali calore, sintonia, sensibilità, risonanza, qualità che riconoscano l'Essere, la nostra vera natura, la più profonda, per creare insieme un campo di coerenza.

    V. Certamente una delle sfide principali di questo lavoro con gli psicoterapeuti è quella di fare una condivisione del lavoro. Si tratta di una pratica congiunta. Al Karuna insegniamo come lavorare con le nostre esperienze così come sorgono nel campo relazionale.

    La mia domanda a questo punto del discorso è: Cosa fornisce sufficiente nutrimento e sostegno per tale profondità dell'esplorazione?
C. Nel CPP consideriamo la capacità del terapeuta per una presenza incarnata come la risorsa unica e più importante per tale lavoro psicoterapeutico.
    Il corpo del terapeuta è il suo campo dell'esperienza per venire a conoscenza delle condizioni dell'essere umano e per essere capace di toccare la sofferenza. Il corpo sostiene la nostra capacità di sapere direttamente che esiste la sofferenza, che è la prima delle ‘nobilitanti verità' La nostra capacità di evitare di venire bruciati, consumati, durante il processo dipende dal fatto di avere imparato a smettere di ‘fare' e di ritornare a riposare nella ‘mente-cuore più ampia'. Dobbiamo imparare ad avere accesso e nominare ciò che è già intero e libero dentro di noi, per poter trovare un modo di tornarci e riposarci in esso.

    I. Nel Buddhismo, il corpo è intrinsecamente connesso al nostro risvegliarci.Vorrei citare un sutra Theravada, che dice: In questo corpo lungo un paio di braccia spalancate, con la sua coscienza e le percezioni, dichiaro che vi sia il mondo, il sorgere del mondo, il cessare del mondo e il sentiero che conduce alla cessazione del mondo”. (Sanyutta Nikaya)
    Nella tradizione Vajrayana si parla di tre kaya, che sono i tre corpi del Buddha e, in essenza, ciò si collega agli aspetti della natura fondamentale della Mente, costituiscono la buddhità. Il nostro risvegliarsi coinvolge anche il nostro corpo. E' il nostro corpo che si trova in un processo costante di formarsi, morire, che ha l'opportunità di lasciarci andare nella nostra natura più profonda.

    II. Mi sto riferendo qui a diverse interpretazioni della mente, e suggerisco di includere anche il corpo in questo. A livello ultimo e anche a livello relativo, il corpo fa parte della nostra emergenza spirituale. Ovviamente ciò ha degli enormi sviluppi clinici. Si valuta il corpo come intrinseco per la nostra particolare personalità, la nostra essenziale interezza incondizionata e il ‘nucleo o essenza' radiante. Al Karuna consideriamo il corpo come uno dei cinque fattori o elementi fondamentali della personalità. Questo ha delle implicazioni enormi sul modo in cui operiamo e comprendiamo il nostro lavoro. Quando mi trovo in una sessione con qualcuno, ascolto certamente la storia che mi narra quella persona, ma ascolto anche a un livello differente. Presto attenzione a ciò che accade fisicamente, noto le mie sensazioni fisiche, le osservo le immagini che sorgono, ascolto il regno del senso sentito o percepito (the felt sense realm) dell'esperienza, laddove il significato incarnato emerge.

    III. Preparando degli psicoterapeuti utilizziamo una combinazione di risorse che includono anche il corpo. Le nominerò per poi descriverle. Ci avvaliamo dei quattro fondamenti della consapevolezza: probabilmente conoscerete molto bene queste pratiche dell'essere consapevoli del corpo dentro il corpo, essere consapevoli delle sensazioni nelle sensazioni, e così via. Pratichiamo il kum nye, che è una pratica tibetana di consapevolezza basata sul movimento. Forse dovrei fare un laboratorio di Kum nye. Lavoriamo sullo stabilire il nostro senso sperimentato di connessione con la terra e le energie al di sopra di noi quale fulcro per aprirci al territorio delle relazioni.

    IV. E' possibile includere intenzionalmente le quattro qualità illimitate della mente nel campo terapeutico come strumento per fornire un sostegno più ampio e profondo. Questo sostiene il terreno della relazione fra terapeuta e cliente e permette una presenza più ampia e un maggiore appoggio. Amplierò questo nel laboratorio esperienziale oggi pomeriggio. Nomino le quattro qualità sconfinate: sono l'amorevole gentilezza, la compassione, la gioia simpatetica e l'equanimità. Grazie Fine.
“La prospettiva transpersonale”
Comunicazione della D.ssa Manuela Melega

Transpersonale è una parola nuova per designare qualcosa che è, in fondo, sempre esistito ma che in determinati periodi e in alcune tradizioni culturali, è rimasto nascosto. Oggi questo sapere, o meglio questo conoscere, viene portato alla luce ed è a disposizione di tutti, senza esclusione.
E' dal convergere di pensieri molto diversi sia di origine occidentale che orientale, giapponese indiana europea e americana, e anche da domini di ricerca molto varî quali la psicologia, la psicoterapia, la pedagogia, la spiritualità, la teoria degli insiemi, le religioni comparate, la cibernetica, la fisica teorica quantistica, l'astronomia, la biologia e la genetica, che emerge il movimento transpersonale.
In questo convegno le aree che ci interessano particolarmente sono le Vie Tradizionali, tra cui indichiamo il Buddhismo, il Sufismo, l'Induismo, il Taoismo ma anche le religioni occidentali e i suoi ambiti mistici, come il Hassidismo e l'Esicasmo fino ai mistici della tradizione cristiana.
Pian piano, durante tutto l'arco del ‘900 assistiamo all'inizio di un vero e proprio mutamento di paradigma, diamo solo qualche “parola chiave” per definire le differenze tra quello precedente e quello che via via si sta delineando: nel paradigma che potremmo definire newtoniano-cartesiano, predomina una visione materialista e riduzionistica dei fenomeni che vengono appunto spiegati, cioè dissolti nelle loro componenti molecolari per poter poi essere interpretati e studiati.
Differentemente accade nel nuovo paradigma, di stampo più olistico, che inquadra la vita e i fenomeni in un'ottica più ampia, potremmo dire più “spiritualista” ed è più votato alla loro comprensione.
Eccoci di fronte a una prospettiva “transpersonale”.
Scendendo più nel dettaglio e tratteggiando le caratteristiche specifiche della psicologia transpersonale possiamo prima di tutto vedere che così come in un paradigma indichiamo la definizione della materia di indagine, la teoria filosofica a monte, la metodologia empirica, le ipotesi di lavoro e i maggiori rappresentanti, nella psicologia transpersonale indichiamo:
  • il suo particolare interesse rivolto alle esperienze in cui l'identità personale è estesa al di là dei confini individuali, per comprendere aspetti più ampi dell'umanità della vita e del cosmo
  • la teoria filosofica a monte di tipo monista, olista, fino ad arrivare al non-dualismo di alcune aree di essa
  • la metodologia utilizzata, sia di tipo tradizionale che innovativo
  • l'ipotesi di lavoro sulla quale opera, che l'uomo abbia la possibilità di autorealizzarsi e di autotrascendersi
  • i suoi maggiori rappresentanti: James, Frankl, Assagioli, Wilber, Walsh, Vaughan, Grof, Sutich e molti altri.
La psicologia transpersonale si occupa, quindi, di allargare il campo della ricerca psicologica fino a includere lo studio della salute e del benessere psichici più elevati. Per questo è interessata allo studio delle potenzialità insite nell'essere umano che, realizzate, portano alla sperimentazione di stati di coscienza più ampi di quelli ordinari, alcuni dei quali, come abbiamo detto precedentemente, presentano un'identità estesa al di là dei limiti abituali dell'io e della personalità ordinaria.
Volendo citare alcuni autori che, storicamente, hanno contribuito alla definizione del campo psicologico transpersonale partiamo da W. James che, fin dagli inizi del secolo si allontanò, in modo via via più netto, da un ambito strettamente psicofisiologico per occuparsi di una psicologia che, sempre più, portasse “in campo l'infinito” e il suo The Varieties of Religious Experience ne rappresenta il contributo fondamentale.
Proseguiamo poi con Freud, padre della psicoanalisi, che, benché spesso ritenuto molto distante dall'ambito transpersonale, viene a tutt'oggi rivalutato per la “tensione” e preoccupazione per gli aspetti “superiori” dell'essere, anche se non chiaramente esplicitati nella sua opera. Un interessante contributo di Mark Epstein del 1996, rileva come Freud abbia contribuito al campo transpersonale oltre che con la sua approfondita teorizzazione in senso generale, in particolare per tre aspetti: il sentimento oceanico, l'attenzione liberamente fluttuante e l'evoluzione del principio di piacere.
Freud riflette sul primo tema in seguito ad uno stimolo epistolare fornitogli da Romain Rolland, poeta francese seguace di Ramakrishna e Vivekananda, trovandosi a considerare che nella sua esperienza personale non ha mai sperimentato il “sentimento oceanico”, cosa che invece gli sembra essere presente nelle esperienze di molte altre persone. Riflette quindi sui reali confini dell'io e sulle sue relazioni con le esperienze mistiche. Osserva una infinitezza dell'Io all'interno, “simile ad una apparenza illusoria”, che sfuma nell'entità inconscia chiamata Es. Vede quindi un Io che continua infinitamente verso l'interno, ma con “chiare e nette linee di demarcazione” verso l'esterno. C'è solo un momento, oltre all'esperienza mistica, in cui i confini tra l'Io e il mondo esterno si sciolgono: quello dell'innamoramento. La stessa osservazione sarà poi ripresa in seguito da Ignatio Matté Blanco, nel suo studio sulla logica simmetrica, che estende la caduta dei confini tra Io e mondo esterno a stati quali l'ispirazione artistica.
    Il sentimento oceanico poi, rappresenta per Freud l'esperienza fusionale del bambino con la madre, precedente alla nascita del'Io consapevole. In quel momento l'Io si estende, infinitamente, sia all'esterno che all'interno. L'esperienza mistica quindi, secondo Freud, riporta l'Io allo stato di fusione con il mondo esterno che caratterizza lo stato infantile. Anche negli scritti degli ultimi anni Freud rimane combattuto sulla questione. “Il misticismo è l'oscura autopercezione del regno al di fuori dell'Io e dell'Es”, scriveva poco prima di morire come sottolinea Epstein.

    L'attenzione liberamente fluttuante è invece, quell'atteggiamento che, in fondo, rende possibile la psicoanalisi e che, per come Freud ne parla, è molto simile a stati interiori vissuti dai mistici o dai meditanti orientali. Si tratta infatti della sospensione della “facoltà critica”. L'imparzialità è la qualità principale di questo stato. “Sospendere…il giudizio e avere…attenzione imparziale per tutto quello che si osserva”. Freud, senza conoscere a fondo le discipline orientali e la loro filosofia, suggerisce all'analista una posizione interiore simile a quella consigliata ai meditanti ad esempio dai maestri buddhisti o induisti.
Anche la necessità di superamento del principio di piacere, si avvicina per molti versi alle tematiche transpersonali e meditative. Tale principio, benché sia il primo ad esser operante nella psiche umana, se persiste e non viene elaborato e superato può essere causa di molti conflitti e sofferenze. In questo, sottolinea ancora Epstein, il parere di Freud e del Buddha per molti versi coincidono.
Freud parla anche di sublimazione, come di elevazione dello scopo delle energie libidiche, sottolineando l'importanza dell'accettazione della realtà come possibilità di armonizzazione della propria vita. Questo tema è molto simile a molti percorsi transpersonali e spirituali.
Procedendo con gli autori che hanno portato alla nascita della psicologia transpersonale citiamo Jung che, con il suo studio sugli aspetti archetipici e spirituali dell'essere umano, ebbe un'importanza tanto grande e riconosciuta da non richiedere, in questa sede, ulteriori parole. Passiamo poi ad Assagioli, con la creazione della psicosintesi che è da considerare, soprattutto in Italia, una delle prime espressioni di una psicologia che tenga in considerazione anche gli aspetti spirituali dell'uomo. Assagioli, fin dagli inizi del secolo indica una via psicologica rivolta anche allo svelamento delle vette più elevate della coscienza umana, contrariamente agli approcci psicologici dominanti dell'epoca.
Accenniamo a Maslow, la cui scala dei bisogni sottolinea come esistano aspetti “elevati” dell'essere parallelamente a quelli “carenziali”, grazie anche ai suoi studi sulle “peak experience”; Rogers, con l'immensa umanità e accettazione che ha introdotto nella psicologia e nella psicoterapia; Frankl e il suo profondo studio sui valori e la loro influenza sulla vita dell'uomo; Desoille, importantissimo per l'utilizzazione del sogno guidato e delle visualizzazioni, in ambito sia diagnostico che terapeutico. Citiamo poi, ancora, Otto, con i suoi studi comparati sugli approcci occidentali e orientali, Watts e Tart, che inaugurarono le ricerche sugli stati di coscienza, estesi poi dal secondo anche all'aspetto mistico e spirituale. Data la brevità del tempo posso citare solo alcuni autori, ma molti altri furono importanti nella definizione del campo.
Tratteggiamo anche brevemente la storia del termine “transpersonale” che fu adottato per la prima volta nel 1905, da James nel testo di una conferenza; in seguito nel 1942, venne ripreso da un traduttore di Jung per tradurre il termine überpersonlich. Nel 1945 poi, Ida Progoff lo utilizzò in un discorso fatto per l'ottantesimo compleanno di Jung, che fu poi pubblicato nel 1946. Nel 1954 fu citato da Neumann, ma è solo negli anni Sessanta che compare in una lettera tra Maslow e Grof e, nel 1968, compare nel titolo di un articolo di Sutich: Transpersonal Psychology
Nel 1969 dopo una serie di incontri tra numerosi ricercatori, negli USA venne fondata l'Associazione di Psicologia Transpersonale. Tra i fondatori ricordiamo insieme a molti altri: Grof, Maslow, Sutich e Fadiman. Venne denominata transpersonale per essere distinta dalla psicologia umanistica, dalla quale provenivano la maggior parte dei suoi fondatori.
Nel 1969 iniziano anche le pubblicazioni del Journal of Transpersonal Psychology, ad opera di molti autori tra cui Assagioli, Boss, Frankl, Watts, Bulier, Wilber, Murphy, Tart, Sutich, ecc.
Nel primo numero si dichiara la mission del periodico:

“La psicologia transpersonale è il nome dato ad una forza che emerge nel campo della psicologia grazie ad un gruppo di psicologi e di professionisti in altri campi, i quali si interessano alle capacità e potenzialità umane ultime che non trovano un posto sistematico in una teoria positivista o comportamentista (seconda forza), né nella teoria psicoanalitica classica (prima forza). Questa emergente psicologia transpersonale (quarta forza) si occupa in modo specifico dello studio scientifico empirico, e della realizzazione responsabile delle scoperte relative, del divenire, delle meta-necessità dell'individuo e della specie, i valori ultimi, la coscienza unitiva, l'esperienza suprema, i valori B, l'estasi, l'esperienza mistica, il timore reverenziale, l'essere, l'autorealizzazione, l'essenza, la beatitudine, il prodigio, il senso ultimo, la trascendenza dell'io, lo spirito, l'unicità, la coscienza cosmica, la sinergia dell'individuo e della specie, l'incontro interpersonale massimo, la sacralità della vita quotidiana, i fenomeni trascendenti, l'autoironia e il genio dei giochi cosmici, la capacità di risposta e di espressione, di concetti, di esperienze, e attività in relazione con tutto questo. In quanto definizione, questa formula deve intendersi come soggetta ad interpretazioni individuali o di gruppi opzionali, sia in tutto sia in parte, rispettando l'accettazione dei suoi contenuti come essenzialmente naturalisti, deisti, soprannaturalisti, o di qualsiasi altra proposta di classificazione”.(Sutich, “Some consideration regarding Transpersonal Psychology”, in The Journal of Transpersonal Psychology, I, 1969, 15-16).

La psicologia transpersonale è aperta quindi a numerose altre aree disciplinari, quali la sociologia, l'etologia, l'antropologa, la teoria degli insiemi, le religioni comparate, la cibernetica, la fisica teorica quantistica, l'astronomia, l'economia, la biologia, la genetica e altre ancora.
Il terreno transpersonale diviene sempre più interdisciplinare.
Entriamo ora, brevemente, nel tema specifico della psicoterapia transpersonale, accennando solo alcuni elementi molto importanti che caratterizzano il campo in modo peculiare.
Un primo punto è il valore fondamentale del rapporto tra persona (paziente/cliente) e psicoterapeuta transpersonale, a questo proposito Walsh e Vaughan nell'articolo A comparison of psychoterapies, in Beyond Ego del 1980, ci sottolineano che:

“Poiché noi siamo entrambe le cose, strumenti e modelli per ciò che offriamo, è un imperativo per noi cercare di vivere e di essere ciò che vorremmo offrire ai nostri clienti. Pur avendo uno scarso orientamento empirico, dobbiamo avere fiducia in noi stessi sull'orientamento e, per la stessa ragione, dobbiamo aspirare all'integrità, all'impeccabilità e alla sensibilità. Al presente, nel campo della psicoterapia, la crescita dello psicoterapeuta e del suo lavoro in se stesso o in se stessa è più importante per entrambi, per il cliente cioè e per il terapeuta, perché ciò che una persona deve offrire all'altra è il suo proprio essere, né più né meno”.

I destinatari della psicologia così come della psicoterapia transpersonale sono sia i gruppi che gli individui, in particolare quando vi è una disponibilità verso la dimensione spirituale.
Il metodo della psicoterapia transpersonale, è sia quello derivato da metodiche psicoterapiche tradizionali che nuovo, sia per ambiti che per contenuti. Walsh e Vaughan, nello stesso testo citato precedentemente aggiungono:

“In un contesto transpersonale il terapeuta osserva che benché nessun metodo speciale possa condurre ad un risveglio transpersonale o ad una trasformazione personale, sono molte le cose che si possono fare in modo da rimuovere gli ostacoli a questa esperienza. Certo, se il terapeuta non crede che sia possibile tale cambiamento, la sua stessa sfiducia diventa un ostacolo. Allo stesso modo, se il terapeuta crede che il cambiamento richiederà anni, con tutta probabilità sarà così. Sembra, tuttavia, che il conseguimento della illuminazione o della liberazione, secondo gli insegnamenti dei mistici tanto dell'oriente quanto dell'occidente, possa accadere in un istante. Per questa ragione si raccomanda che il terapeuta esamini le sue credenze circa ciò che è possibile, allo scopo di evitare che tali limiti portino ad interferire con quel risveglio che è in potenza.”

L'obbiettivo ultimo della psicologia transpersonale è l'autotrascendenza, l'illuminazione, la liberazione spirituale, il nirvana, il satori, il nirvikalpasamadhi o comunque si voglia definire il raggiungimento di uno stato di coscienza che è differentemente denominato nelle varie tradizioni religiose o filosofiche dell'Oriente e dell'Occidente. Sottolineiamo che questo è l'obbiettivo ultimo, non possiamo non pensare che il suo totale raggiungimento rimanga appannaggio di poche ed elevate coscienze, mentre nella maggior parte dei casi l'avvicinamento a tale obbiettivo, che si matura per vari gradi, è quello che realisticamente possiamo aspirare a realizzare sia personalmente che con i pazienti. Questo per non incorrere nell'illusione di poter procedere, da soli o con i pazienti, su territori che, se prematuramente attraversati, possono essere più forieri di disarmonia che di pace e serenità.
Sintetizziamo quello che è richiesto ad uno psicoterapeuta transpersonale attraverso la lezione di Riccardo Venturini, che ci chiarisce come questa figura debba coniugare in sé alcuni aspetti importanti.
  • Deve essere un mediatore gnostico, deve cioè rendere congruente la via proposta, con la cultura, il linguaggio, i simboli, i costrutti personali di colui a cui tale via si rivolge.
  • Dovrebbe, poi, rendersi garante della validità della dottrina di vita indicata, in modo che essa possa soddisfare “i bisogni specifici dei praticanti attualizzandone le possibilità di autorealizzazione senza generare ulteriori conflittualità, dipendenze e disarmonie”.
  • Gli si richiede di aver compiuto e di compiere un lavoro interiore e un lavoro contemplativo personale che “comporti il riversare nell'amore i prodotti della contemplazione” (…in sintonia con il motto domenicano Contemplata aliis tradere).
  • Gli si domanda quindi di agire nel mondo con consapevolezza, compassione e altruismo.
Soprattutto in questo tipo di approccio è fondamentale il lavoro sulla propria coscienza che, se autentico, non può non portare frutti chiari e visibili a tutti in termini di sviluppo di qualità transpersonali e universali.
Terminiamo questo intervento con un breve cenno al corpo nella dimensione transpersonale. Abbiamo parlato di cambiamento di paradigma, di ingresso della dimensione spirituale e filosofica nella comprensione dei fenomeni, di visione olistica, in questo nuovo panorama il corpo riacquista una posizione speciale, citando Spinsanti, si determina una “nuova alleanza con il corpo”. Con quel corpo che da corpo cosa torna ad essere un corpo vissuto, tanto da determinare una nuova area di studio, quella del vissuto corporeo o vissuto psicofisiologico.
C'è una nuova attenzione poi al linguaggio del corpo, che, in quanto linguaggio non verbale, non dovrà divenire oggetto di decodificazione e di interpretazione da parte di un linguaggio “superiore”. Si sviluppa anche un'attenzione al corpo, o parti di esso, nel linguaggio, che si arricchisce sempre più di terminologie relative al livello corporeo che sembrava, per certi aspetti, completamente dimenticato. Questo ancora una volta ci ricorda come la corporeità al di là delle rimozioni sia costitutiva dell'esperienza.
Emerge anche una nuova spiritualità del corpo…in fondo proprio il Buddha diceva:

“E' in questo corpo di così limitata estensione che vi mostro il mondo, l'origine del mondo, l'estinzione del mondo e la via che porta all'estinzione del mondo”.

Infine, in accordo con Riccardo Venturini, caro amico e maestro, vorrei lasciarvi con una riflessione su come:

“…la propagazione compassionevole del Dharma sia qualcosa che va oltre l'impegno e le capacità dell'uomo, configurandosi come il Dharma stesso in azione (o – se si preferiscono altre parole – come l'opera della creatività dello Spirito, della Volontà, della Grazia…), nel movimento immobile del suo eterno presente. A ciascuno di noi, individualmente, esso chiede di ascoltare la voce del profeta che dice: «raddrizzate nella solitudine i sentieri del nostro Dio (Is. 40, 3)», operando perché ci siano nel mondo sentieri sempre meno tortuosi, sui quali consapevolezza e compassione possano più speditamente procedere…”

“Una Nuova Fase Storica per una Relazione Ambivalente:
La Psicologia del Sé come Ponte Armonioso fra
Psicoanalisi e Buddismo”
Comunicazione del Prof. Raanan Kulka

Il mio sentiero personale con il Dharma Buddista iniziò quando ero un giovane infervorato affascinato dal vivace dono spirituale offerto dalla meditazione. Feci le prime letture e sedute di meditazione nei due anni precedenti al mio reclutamento nel servizio militare all'età di diciotto anni.
Dopo quei giorni dell'innocenza durante la mia adolescenza, tornai alla meditazione solo dopo la fine della mia psicoanalisi personale durata dieci anni, quando avevo già 40 anni. Da allora, da circa venti anni sto giacendo nel Buddismo, e in questo periodo il mio percorso è guidato quasi totalmente dalla mia devota immersione nella sofferenza dei miei pazienti che pongono loro stessi nelle mie mani in quanto loro psicoanalista.

La connessione della psicoanalisi con il Buddismo è una delle meravigliose correlazioni della civiltà umana durante gli ultimi cento anni. Questa mattina vorrei presentarvi il mio intendimento rispetto al delicato filo storico e filosofico che combina questi due terreni contemplativi.

Chiunque abbia avuto il privilegio di conoscere questi due ambiti avverte l'esistenza di una profondissima connessione fra di loro. Allo stesso tempo, si prova anche un costante disagio circa la consapevolezza di un considerevole divario che purtroppo li separa.
Gradirei rivelare a voi la mia tesi circa tale dualità che fa da base a tale storica relazione ambivalente.

La psicoanalisi era nata nel clima culturale della seconda metà del diciottesimo secolo, periodo che vide l'emergere dell'Esistenzialismo quale sistema filosofico e quale guida empirica sulla modalità di condurre la vita umana. Fra Kierkergaard e Nietzsche, che contraddistinguono l'esistenziale manifesto, la psicoanalisi emerse e pose l'individuo nella sua unicità al suo centro.
Sull'altro versante, l'affanno avvincente di Freud di acquisire la rispettabilità scientifica per la nuova scienza della psicoanalisi causò un tracollo della congiunzione naturale della psicoanalisi con l'esistenzialismo. Lo sforzo notevole di Freud di stabilire il suo pensiero sui fondamenti della razionalità trasformò probabilmente la psicoanalisi in qualcosa come l'ultimo progetto eroico della modernità e la rese come una disciplina strutturale positivistica profondamente radicata in ciò che merita la definizione di ‘Metafisica del Meccanismo'.

Non dovremmo sorprenderci, dunque, che la psicoanalisi non abbia potuto essere usata dal Buddismo come culla appropriata per un dialogo fertile. Un sistema filosofico che è basato sulla profonda consapevolezza della non esistenza di qualsiasi struttura o meccanismo, visto solamente come un vuoto fenomeno condizionato, e che per lo più valuta l'acquisizione umana del vivere la verità interna ultima della non dualità, tale fede spirituale non avrebbe potuto vedere la prospettiva psicoanalitica come una compagna naturale per un Sentiero congiunto.

Tracce storiche:
Nonostante tale restrizione inerente, la consapevolezza condivisa che la profonda e sincera auto-esplorazione della mente umana sia un elemento in comune fra queste due posizioni contemplative, diede l'abbrivio a numerosi coraggiosi tentativi di comparare la psicoanalisi e il Buddismo per cercare di risolvere l'enigma circa la connessione esistente fra i due.

La ricerca delle vene comuni dei due ambiti – a iniziare dai pionieri (come Joe Tom Sun, F. Alexander, C.G. Jung, Karen Horney, E. Fromm e altri) e culminando nelle mirabili figure dei tempi moderni (J. Engler, M. Epstein, A. Molino, A. Philips, Nina Coltart, J. Suler e altri) – ha avuto a che fare primariamente con la scoperta Copernicana della psicoanalisi, quella dell'inconscio. Altre faccende di comparazione quali, ad esempio, fra il metodo psicoanalitico della associazione libera e le varie modalità di tirocinio meditativo hanno preoccupato vari ricercatori psicoanalitici.
Vorrei suggerire che nella esplorazione retrospettiva sulla profusione di questi ricercatori intellettuali vi sono due latenti dimensioni che combinano la psicoanalisi e il Buddismo in un'unica base intrinseca.

I. La Qualità della motivazione umana
La psicoanalisi tradizionale considera la motivazione umana come dotata di qualità animalistica-atavistica che scaturisce da una origine biologica e si sviluppa attraverso la sublimazione nella sollecitazione umana dotata di fantasia e influisce su di essa come le sue rappresentazioni mentali.
Solamente quando un'energia vitale non biologica si era sviluppata nel campo della psicoanalisi (innanzitutto con Jung, il cui interesse nel Buddismo e nella metafisica indiana è rinomato e, successivamente, con eminenti psicoanalisti come M. Balint, D.W. Winnicott e H. Kohut, il padre della ‘Psicologia del Sé', che è la protagonista della mia presentazione) si è formato velatamente un ponte naturale verso il Buddismo.
La possibilità che un Ideale divenisse un potere teleologico che guidasse l'essere umano nel corso della sua vita e nei suoi obiettivi interiori, ha spianato la strada all'opportunità affinché un'energia spirituale divenisse la forza propulsiva psichica maggiore.

II. L'essere umano è buono o cattivo?
L'epoca Post-Freudiana dopo la Seconda Guerra Mondiale è stata segnata da un gigantesco dislocamento nello zeitgeist (spirito del tempo) nella psicoanalisi. Mentre erano ancora coinvolti nello sforzo etico di rivelare le radici psichiche del male umano che avesse potuto condurre all'Olocauso e a Hiroshima, gli psicoanalisti hanno iniziato a tentare il ripristino della bontà umana, non solamente come un derivato sublimato degli istinti animalistici, ma come l'origine della natura interiore umana.

Tali due trasformazioni sono, a mio parere, la base dalla quale la psicoanalisi, tra l'altro, ritornò alla sua origine esistenzialista. Con tale evoluzione la psicoanalisi attestò nuovamente il personale e il soggettivo al di sopra e al di là del generale e dell'oggettivo. Dunque, la psicoanalisi si aprì ampiamente verso un nuovo tentativo di combinare la psicoanalisi con il Buddismo.
La famosa iniziativa di E. Fromm e di D.T. Suzuki che culminò nel 1957 in una Conferenza di Buddismo Zen e Psicoanalisi e, nel 1960, nella pubblicazione degli atti principali di tale conferenza (incluso il contributo seminale di R. De Martino) sono la prova vivente di tale passaggio storico.

D'altro canto vi erano due seri ostacoli che prevenivano la soluzione dell'equazione ambivalente di psicoanalisi e Buddismo. Sebbene il progetto di Fromm e Suzuki sia stato un importante balzo in avanti, rimase estraneo alla formale psicoanalisi in quanto era un progetto non-clinico. Dal suo esordio la psicoanalisi era stata una distinta disciplina basata sull'ambientazione clinica della stanza della terapia e degli avvenimenti empirici nell'incontro fra le due persone (il terapeuta e il paziente) implicate in essa. La filosofia e le applicazioni psicoanalitiche ebbero una ridottissima influenza sul corso dominante della evoluzione della psicoanalisi nella sua teoria.

L'altro ostacolo era radicato nel fatto che la psicoanalisi rimase nella sua essenza una teoria strutturale; il passaggio a una forza propellente non biologica e alla riattivazione della inerente bontà umana costituiscono un cambiamento radicale nella sfera teorica dell'energia, e facilitano l'avvio al colmare la lacuna, però non venne ancora intaccata la base della psicoanalisi come teoria strutturale e come una teoria delle strutture. Perché venisse fatto il vero e proprio ponte era necessario un distacco più profondo dalla prospettiva strutturale e un moto verso una teoria non-lineare di stati più elevati dell'Essere e del Divenire.

Questa è la ragione immanente per la quale tutti i pensatori che avevano scavato profondamente nel terreno comune delle due sfere, hanno avuto successo nella elaborazione della mappa sofisticata di comparazioni e contrasti fra le due, ma nessuno di essi ha risolto l'enigma della dualità e dell'ambivalenza. La scissione fra la psicoanalisi, la cui meta è quella di ottenere la coesione della personalità strutturale, e l'intento primario del Buddismo di raggiungere la vuota natura interiore dell'essere umano e dell'universo, una natura libera da qualsiasi attaccamento all'entità strutturale esistente in se stessa e per se stessa … tale spaccatura non poté conseguire una sua dissoluzione.

Ora giungiamo a ciò che credo sia il ponte potenziale sul quale la psicoanalisi e il Buddismo possono evolvere congiuntamente, come dei gemelli perfetti dell'oriente e dell'occidente.

Dal 1959 fino alla sua morte avvenuta nel 1981, Heinz Kohut, un emigrante Ebreo-Austriaco sbarcato negli Stati Uniti d'America, sviluppò il suo paradigma psicoanalitico rivoluzionario che ha coniato la “Psicologia del Sé”, un paradigma che vi vorrei presentare come la prospettiva contemporanea più promettente per decifrare l'enigma dell'ambivalenza e per dissolvere il baratro intellettuale ed emozionale fra la psicoanalisi e il Buddismo.

Se l'epoca Freudiana era caratterizzata dallo stabilirsi di un sistema comprensivo per la psicologia umana basato sul punto di vista di energia e struttura, l'emergere della ‘psicologia del sé' psicoanalitica di Kohut segnò il passaggio evolutivo verso l'ambito dell'esperienza. Tale passo di maturazione collocò il progetto psicoanalitico al centro della soggettività, e facilitò la trasformazione dell'intera disciplina da una scienza positivista a un reame di esperienza.

D.T.Suzuki ci aveva insegnato che nel reame della totale soggettività dimora il sé ultimo. Fu, dunque, semplicemente naturale che l'immersione totale di Kohut nella esperienza soggettiva umana lo conducesse a stabilire la prima sistematica e comprensiva teoria del sé della psicoanalisi.
Le parole sensibili e sagge di Kohut circa il suo fondamentale punto di vista del sé vi trasmetteranno, ne sono convinto, l'elemento essenziale del credo dalla psicologia del sé:

Tale citazione è tratta dal libro (pubblicato) nel 1977 intitolato “The Restoration of the Self” (probabilmente in italiano sarà “La Ricostruzione del Sé”):
    “La mia ricerca contiene centinaia di pagine che riguardano la psicologia del sé – eppure non assegna mai un significato inflessibile al termine sé. Ammetto tale fatto senza alcun pentimento o imbarazzo. Il sé è, così come ogni realtà, non conoscibile nella sua essenza. Possiamo descrivere le varie forme coese nelle quali il sé appare, possiamo dimostrare gli svariati costituenti che lo adornano e spiegare la loro genesi e le funzioni. Possiamo fare tutto ciò, ma, ancora, non conosciamo l'essenza del sé come separata dalle sue manifestazioni.”
In questa breve e programmatica introduzione non posso riprodurre un disegno completo dell'intricata matrice dell'intera teoria, così mi limiterò alla presentazione dei tre principi di base della teoria che, sono profondamente convinto, fornisce una porta chiara, ampia e generosa al passaggio fra la psicoanalisi e il Buddismo.

1° principio- Il sé umano come trasformazioni (metamorfosi del sé umano):

La psicologia del sé presenta un modello di sviluppo non lineare di una costante transizione fra: sé virtuale – sé nucleare – sé coeso –- stato cosmico del sé.

Secondo tale concezione, lo stato del sé umano oscilla fra stati di costituzione e stati di dissolvimento. L‘attuazione di un movimento libero che fluisce fra le due modulazioni dello stato del sé è la realizzazione spirituale dell'essere umano risvegliato.

Entrambi i divari filosofici e delle esperienze fra lo sforzo che mira verso la non-mente e l'impegno verso una personalità strutturata e coesa trovano la risoluzione nella rete di coordinamento dove il sé viene stabilito e dissolto in un processo di interezza.
Tale acquisizione teoretica deriva dalla riformulazione di Kohut della teoria psicoanalitica del narcisismo. Freud vedeva il narcisismo come uno stadio libidinale inevitabile nella evoluzione umana dall'autoerotismo all'amore diretto verso un oggetto amore (amore diretto verso un oggetto), dunque giudicava l'esperienza spirituale come una manifestazione del desiderio di regredire nello stato di narcisismo primario, quello del bambino con la propria madre. Tale visione riduzionista è stata uno degli ostacoli maggiori fra il pensiero psicoanalitico e il concetto Buddistico della dimensione spirituale.
La psicologia del sé vede il narcisismo come una energia non biologica unica che si sviluppa indipendentemente da una forza trainante istintuale attraverso oscillazioni in trasformazione non lineare. Il narcisismo non è più la parola chiave per illustrare l'auto-riferimento (self centeredness, che si pone al centro del mondo) e l'egoismo, la parola chiave dell'esistenza separatista. Nella psicologia del sé il narcisismo diviene l'energia unica del sé per il suo viaggio spirituale umano dallo stato dell'essere coeso (compatto, cristallizzato) a quello della trascendenza cosmica della vacuità.

2° principio- L'empatia – la matrice psicoanalitica della non dualità:


La psicologia del sé ha formulato una teoria comprensiva dell'empatia come una posizione quantistica nella quale l'osservatore non viene differenziato dall'osservato, e i ‘due' non sono due all'interno di un'interazione, ma sono un'entità unificata in uno stato di inter-essere. Sulla base di questo presupposto, la psicologia del sé propone un insight (introspezione, visione, intuizione) profondo nell'essenza delle relazioni umane che conducano verso stati di essere nella non dualità.

L'empatia in tal senso viene rigorosamente definita come la sola possibile attitudine per ricercare nella soggettività dell'altro e, dunque, come l'unico atteggiamento valido per incontrare lo stato dell'essere dell'altro senza afferrarsi alla propria soggettività personale.

L'empatia, in termini di posizione non-duale, si basa su tre dimensioni:

1.Epistemologica –