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Thich Nhat Hanh, monaco buddista –zen, vietnamita, famoso per l’impegno contro ogni forma di violenza per il quale negli ani ’60 è stato bandito dai governi vietnamiti, sia comunista che non comunista, definisce  il Buddismo Impegnato come quel genere di saggezza che dà una risposta a ogni cosa che accade qui e ora: dal riscaldamento globale, dai cambiamenti climatici e dalla distruzione dell’ecosistema, alla mancanza di comunicazione, al fanatismo e all’intolleranza, dalle guerre, dai conflitti e dal terrorismo, al suicidio, alle famiglie spezzate,  alle tensioni personali, con il loro corredo di stress, ansie, paure, violenze.

Nel tracciare la storia del Buddismo impegnato Thich Nhat Hanh lo fa risalire al 1954, anno in cui pubblicò una serie di articoli nei quali propose l’impegno del buddismo nel campo dell’istruzione, dell’economia, della politica, della tutela dei diritti umani. Di fatto però, potremmo farlo risalire alle origini stesse del buddismo, nella misura in cui la compassione,  cardine di tutto l’insegnamento e pratica buddista, non è semplicemente una forma di risonanza emotiva, una condivisione dell’esperienza con gli altri,  un desiderio ‘teorico’ di vedere gli altri sollevati dalla loro sofferenza,  ma significa ‘fare’  concretamente qualcosa (cfr Dalai lama, “Beyond Religion, Ethics for a Whole World”, Houghton Mifflin Harcourt, 2011)

In quanto praticanti dovremmo quindi essere consapevoli di ciò che ci accade nel corpo, nelle sensazioni, nelle emozioni, nell’ambiente che ci circonda e nelle persone che incontriamo, e fare concretamente tutto ciò che possiamo per risolvere, o alleviare, le situazioni di sofferenza.